ORG. NAZ. VOLONTARI DI PROTEZIONE CIVILE "LE AQUILE" - SEZ. "OGLIO-PO"

giovedì 3 dicembre 2009

Carità, cioè servizio... Verità, cioè autenticità

Essere invitato da chi redige questi fogli ad esprimere un pensiero più o meno natalizio è faccenda sempre gradita ma, anno dopo anno, anche un po’ imbarazzante, perché sempre più a rischio di formalismo, di banalità e di complimentosità (mi si perdoni il neologismo: all’occorrenza posso spiegarne il significato che gli attribuisco) varie, più o meno barocche... (...ovviamente sto parlando dello scrivente!): considerazioni quasi spazzate via dalla permanente convinzione che anche un gesto di ospitalità “giornalistica” diventa segno di amicizia e di disponibilità alla collaborazione, ingredienti quanto mai necessari – e oggi, purtroppo, rari – in qualsiasi tipo di convivenza civile. Continua...Per non impantanarmi in queste “banalità” (...così potrebbe reputarle qualcuno!), approfitto dell’occasione per condividere con chi già non si è stancato di leggere fin qui alcuni significativi pensieri raccolti dal terzo paragrafo della CARITAS IN VERITATE, lettera enciclica di Benedetto XVI, pubblicata il 29 giugno scorso.
“Solo nella verità la carità risplende e può essere autenticamente vissuta. La verità è luce che dà senso e valore alla carità. Questa luce è, a un tempo, quella della ragione e della fede, attraverso cui l'intelligenza perviene alla verità naturale e soprannaturale della carità: ne coglie il significato di donazione, di accoglienza e di comunione. Senza verità, la carità scivola nel sentimentalismo. L'amore diventa un guscio vuoto, da riempire arbitrariamente. È il fatale rischio dell'amore in una cultura senza verità. Esso è preda delle emozioni e delle opinioni contingenti dei soggetti, una parola abusata e distorta, fino a significare il contrario. La verità libera la carità dalle strettoie di un emotivismo che la priva di contenuti relazionali e sociali, e di un fideismo che la priva di respiro umano ed universale...”
Si tratta di espressioni decisamente solenni (per lo meno nel linguaggio) e apparentemente un po’ lontane da noi, ma, se si presta attenzione, molto meno distanti di quanto si pensi: basta accorgersi che la “carità” e il suo sinonimo “amore”, possono tradursi o declinarsi nell’“attenzione agli altri” che, a sua volta, si può concretizzare oltre che in mille altre modalità anche in quella, pure estremamente variegata, del volontariato.
A sua volta anche la “verità” può esprimersi nell’autenticità. Magari il sentimentalismo, di cui sopra si parla, può apparirci qualcosa di lontano dal nostro vivere quotidiano, ma, a volte, l’eccessiva o esclusiva attenzione “a quello che ci sentiamo dentro” – il Papa parla di “emotivismo” – diventa la regola del vivere e dell’agire e quindi l’ostacolo più grande alla convivenza e al dialogo: quante persone vedono “ostacoli”, “avversari” o “nemici” dappertutto e, in realtà, le difficoltà se le portano dentro di loro: siamo nell’epoca delle comunicazioni sempre più facili e, molto spesso, viviamo la sofferenza dell’incomunicabilità, incolpando questo o quello, perdendo di vista l’autenticità delle situazioni, recuperabile attraverso la sincerità del dialogo.
Ci fermiamo qui, anche se il discorso potrebbe farsi molto lungo e articolato, ma non è lo scopo di queste righe, che potrebbero anche solo servire a far nascere in qualcuno la voglia di andare a leggersi tutto il documento di Benedetto XVI.
“Siamo andati un po’ troppo nel complicato e nel difficile”, si potrebbe pensare: me ne scuso; trovo però divertente che venga in mente un’enciclica guardando delle persone che, in un fine settimana dei primi di dicembre, invece che dedicarsi ai propri impegni o ai propri comodi, si mettono ad armeggiare sopra la testa di chi transita in via Libertà per attaccare le luminarie natalizie: non è deformazione professionale pretesca ma la convinzione che verità e carità o attenzione agli altri e autenticità che dir si voglia, o passano attraverso la concretezza di chi vede un servizio da fare alla comunità e, senza tante storie, – e senza guadagnarci personalmente nulla! – si rende disponibile o sono, al massimo... una bella favola di Natale (quello sdolcinato, però!)... Grazie, ragazzi! E auguri davvero!

Etichette: , ,

lunedì 15 dicembre 2008

1 COR. 13

Ovvero un sogno che può diventare realtà
La Chiesa sta celebrando in questi mesi l’“Anno di San Paolo” ed è proprio questo grande apostolo che scomodiamo per raccogliere qualche considerazione e un augurio.
Leggiamo nella prima lettera ai Corinzi (13, 1-13):
Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna.
E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sono nulla.
E se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per esser bruciato, ma non avessi la carità, niente mi giova.
La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia,non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell'ingiustizia, ma si compiace della verità.
Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta.
La carità non avrà mai fine. Le profezie scompariranno; il dono delle lingue cesserà e la scienza svanirà.
La nostra conoscenza è imperfetta e imperfetta la nostra profezia.
Ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà.(...)
Queste dunque le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e la carità; ma di tutte più grande è la carità.
Certamente è un testo noto e affascinante, da collocare in un preciso contesto: l’autore lo scrive ad una comunità cristiana. Ma, senza eccessive forzature, penso lo si possa rileggere, sostituendo al termine carità il termine solidarietà oppure il termine volontariato; e, se vogliamo andare avanti a giocare con le parole, proviamo a metterci convivenza civile.
Lascio a ognuno lo sfizio di questo piccolo esercizio, ma, come esempio, prendo una frase del testo paolino sopra citato:
La solidarietà (il volontariatola convivenza civile) è paziente, è benigna; non è invidiosa, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell'ingiustizia, ma si compiace della verità.
Ognuno, se vuole potrà completare questo gioco, ma il gioco più bello lo sperimentiamo in una duplice scoperta: la prima è ancora una volta la sorpresa che la proposta cristiana è estremamente significativa (anzi, ne è il sapore...) per il nostro vivere di uomini e donne; la seconda è la consapevolezza che esiste uno stretto collegamento – verrebbe da dire un interdipendenza – tra la solidarietà, che si esprime in molteplici forme di volontariato (associato e “pubblico”, ma anche personale e spicciolo) e che diventa il collante indispensabile per un’autentica convivenza civile.
Sempre prendendo spunto da San Paolo, accorgiamoci di quante risorse, competenze e potenzialità si vanificano quando l’interesse personale non lascia posto alla solidarietà, quando il qualunquismo e la pigrizia che diventa sistema di vita ridicolizzano o criticano con pignoleria gratuita e pettegola le persone che dedicano il proprio tempo al volontariato, quando la convivenza civile è scardinata dalla ricerca smodata dei propri comodi.
Quanta gente vivrebbe molto meglio sotto ogni punto di vista e si godrebbe di più la vita se la sapesse mettere a servizio degli altri!
Grazie, allora, alle “Aquile” – che, come sempre, gentilmente mi ospitano su questo giornale (e che anche quest’anno non sono mai mancate quando la Parrocchia ha chiesto un aiuto per meglio servire la comunità) – e a tutti quelli che, come loro e in tantissimi altri modi, si danno da fare, per costruire una convivenza civile che, per usare le parole di un altro grande Paolo – ma questa volta è il papa Paolo VI – preferirei chiamare la “civiltà dell’amore”.
E gli auguri? Che tutto questo non sembri utopia ma impegno e stile di vita esaltante e umanizzante per ogni abitante di buona volontà del nostro paese.
Don Luigi

Etichette: , ,

martedì 20 novembre 2007

Un volontariato che diventa carità

L'augurio della comunità cristiana
Nell’ambito del IX centenario della fondazione della Cattedrale di Cremona e della festa di S. Omobono, si è svolto, lo scorso 11 novembre, il “pellegrinaggio del volontariato e degli operatori della carità”: gli stralci dell’omelia del vescovo che riportiamo vogliono essere l’augurio della comunità cristiana a tutto il mondo del volontariato e “a tutti gli uomini di buona volontà”.
Don Luigi

Mi sembra che un primo messaggio è che l’amore di Dio e l’amore dell’uomo sono inseparabili.
Quando nella prima lettura (Mac 7,1-2.9-14) abbiamo ascoltato il martirio di questa famiglia, perché non ha voluto rinunciare a restare fedele al Dio dell’Alleanza, è evidente che ciò che sottostà alla decisione di questi giovani e alla decisione della loro madre è chiaramente la consapevolezza che Dio merita di essere amato sopra ogni cosa.
Dio è l’unico, ed ecco perché il valore dell’amore di Dio è un valore assolutamente non negoziabile, mai, in nessuna circostanza. I martiri sono coloro che dicono con la loro vita che in corrispondenza all’amore che hanno ricevuto da Dio vogliono rendere l’omaggio del proprio amore in maniera totale e indiscutibile. È dentro questa prospettiva dell’amore di Dio come l’unico, dell’amore nei confronti di Dio come valore assolutamente irrinunciabile, che prende corpo anche la certezza della Risurrezione: noi siamo certi della Risurrezione perché il Signore Gesù, Colui che ha consumato la propria vita nell’atto supremo dell’amore di Dio obbedendo al disegno di salvezza, è Colui che è risorto. Sicché il suo atto d’amore nei confronti del Padre fa un tutt’uno con l’atto di amore del Padre nei suoi confronti che lo risuscita da morte. Ecco perché nel quadro dell’amore di Dio, amato come l’unico, come il tutto sopra ogni cosa, prende consistenza anche la certezza della Risurrezione.
E noi cristiani viviamo la bellezza, la profondità, la ricchezza del nostro amore per Dio esprimendo e quasi dando corpo, visibilità a questo amore attraverso l’amore per il prossimo. E questo ci permette di capire immediatamente un rapporto molto stretto che c’è nella carità, nella vita, così come la comprendiamo e cerchiamo di viverla noi cristiani: le opere della carità verso i nostri fratelli sono inseparabili dalla preghiera come gesto di amore che riconosce, che adora Dio come l’unico e il nostro Bene supremo.
È fuori dubbio che sant’Omobono è un santo esemplare della carità, ma lo è altrettanto per la preghiera. Un uomo di grande preghiera che è morto chinandosi in adorazione davanti alla croce mentre partecipava come ogni giorno all’Eucaristia.
Ecco mi piacerebbe che il primo messaggio che raggiunge voi tutti operatori della carità sia proprio questo: che la vostra carità, le vostre opere, il vostro servizio della carità sia inseparabile dalla preghiera. Nell’amare il nostro prossimo deve emergere che noi amiamo Dio. Così come nella ricerca di Dio attraverso la nostra preghiera emerge che noi abbiamo bisogno di testimoniare nella carità concreta del prossimo la forza che ci viene data dalla preghiera. Dunque opere di carità, servizio nella carità inseparabile dalla preghiera.
Ma c'è anche un altro aspetto che mette in evidenza la carità che noi viviamo verso il nostro prossimo come espressione di quell’amore di Dio e come partecipazione al mistero della Risurrezione. Perché le opere della carità, così come Gesù ce le suggerisce, ce le propone, sono le opere che manifestano chiaramente la nuova vita del cristiano, la nuova vita che prende inizio dalla Risurrezione. Pensiamo per esempio a quella pagina notissima del Vangelo dove si parla del Giudizio e dove il Re che siede sul trono giudicherà in questi termini: avevo fame e mi hai dato da mangiare, avevo sete e mi hai dato da bere. Ma in che maniera si può dire, è vero, che quel che io faccio al più piccolo dei fratelli lo faccio a Lui se Egli non è il Risorto, il Vivente? Ecco perché la mia carità è la testimonianza della mia certezza della Risurrezione. Ecco perché la carità diventa l’espressione di quello stile di vita che Paolo in altre lettere definisce come il desiderio, l’impegno di cercare le cose di lassù, il che significa riscoprire la presenza di Dio quaggiù, nella storia, negli avvenimenti, nelle persone, soprattutto quelle che il Signore chiama «i miei fratelli più piccoli». Allora la carità è testimonianza della vita nuova di risorti.
E c’è un ultimo insegnamento che mi pare di poter raccogliere sia da sant’Omobono che dalla Parola di Dio che abbiamo ascoltato. Ed è che le opere di carità hanno a cuore, hanno interesse per la persona nella sua integralità, nella persona che è corpo e che è spirito. Non per niente la tradizione della Chiesa ci ha abituato a pensare che accanto alla opere di misericordia corporale ci sono le opere di misericordia spirituale.
È importante per quanti operano con spirito cristiano nell’ambito della carità mantenere saldamente congiunta la totalità della persona attraverso la carità che va incontro ai bisogni fisici dell'uomo, ma va incontro anche ai suoi bisogni spirituali. Perché l’uomo che vogliamo aiutare e che vogliamo servire, partendo dall’immagine dell’Uomo nuovo che è il Cristo risorto, è l’uomo nella sua integralità, nel suo destino eterno, nella sua partecipazione già da qui alla Risurrezione. E io penso che questa attenzione è proprio la connotazione che permetta alla carità di definirsi e riconoscersi come carità evangelica, carità cristiana.
Non pensate che è proprio anche nella testimonianza di una carità così ispirata, così vissuta che noi possiamo immergerci dentro la storia della società per testimoniare quel qualcosa di nuovo, quel qualcosa di grande, quel qualcosa di diverso, quel qualcosa di più che la nostra appartenenza al Signore Risorto ci permette di testimoniare nella condivisione di opere che materialmente sono identiche a quelle compiute dalle istituzioni civili o da tante altre persone che non sono credenti?
† Dante Lafranconi, vescovo

Etichette: , ,

lunedì 18 dicembre 2006

Qualche domanda per (farsi) capire...

ciaoIl capo del Dipartimento della Protezione Civile, Guido Bertolaso, durante l'incontro quaresimale che ha tenuto nella chiesa di Gabbioneta Binanuova lo scorso 10 marzo
In quest’epoca in cui spesso indagini e sondaggi diventano – discutibilmente! – il criterio di giudizio della realtà, vogliamo anche noi immaginare alcune domande da rivolgere ai numerosi (?!) uomini e donne che si impegnano nelle svariate forme di volontariato che oggi la nostra società propone un po’ in tutti gli ambiti della vita delle persone.
La domanda più spontanea e immediata che un immaginario intervistatore o un anonimo questionario potrebbe proporre è “PERCHÉ hai scelto di fare del volontariato e qual è il motivo di questo o di quell’altro particolare ambito di impegno?”, cercando di sapere non tanto notizie contingenti o curiose – tante volte il “perché” immediato è l’invito di un amico o una situazione fortuita – ma piuttosto le motivazioni di fondo, ovvero gli obiettivi che una persona si prefigge di raggiungere attraverso il proprio impegno di servizio. In altre parole, è immaginabile che al di là delle esercitazioni per affrontare eventuali calamità, o del servizio agli anziani, o dell’animazione dei ragazzi, o della salvaguardia dell’ambiente, per fare degli esempi, una persona abbia ben chiaro perché lo fa: diversamente, se le motivazioni mancano o sono scarse o di scarso valore, anche le iniziative più belle si afflosciano, e i loro sostenitori vengono sempre meno.
Un secondo interrogativo della nostra immaginaria intervista potrebbe riguardare il “MODO” in cui viene svolto il servizio: diverso è l’atteggiamento di chi si dedica al volontariato “quando non ha niente da fare e purché non sia troppo gravoso” (escludiamo a priori chi lo fa per secondi fini o per vanità) da chi, pur dando la giusta priorità ai propri impegni, mette in gioco tutta la propria disponibilità e capacità nel servizio che sceglie, sapendo che in gioco non sono tanto le “cose” da fare ma piuttosto le persone – prevalentemente deboli e in difficoltà – che da queste “cose” attendono aiuto e conforto. Ecco perché il volontariato deve essere innanzitutto una risorsa e una provocazione per il proprio territorio!
Dalle due domande sul “perché” e sul “come” ne scaturisce una terza che va a toccare una aspetto indispensabile di ogni tipo di esperienza di volontariato: “quanto tempo e quante energie vengono dedicate alla FORMAZIONE?”, senza confondere formazione con istruzione: mi istruisco sulle cose da fare ma mi “formo” sul modo di essere...
Certamente ad un volontario si chiede competenza, ma anche e soprattutto uno “stile” che dipende dai famosi obiettivi sopraddetti e dalla già citata attenzione al territorio e alle persone.
Agli scolari si insegna che prima di fare i compiti è necessario studiare la lezione, se si vuole imparare qualcosa, ovvero, si vede subito se dietro un esercizio scolastico non c’è l’adeguata preparazione: quando si diventa grandi, ci si accorge che non c’è più ovviamente la differenza tra “compito e lezione” ma è pur sempre incombente il rischio di separare troppo la “teoria” dalla “pratica”, all’insegna dello slogan: “l’importante è darsi da fare” che per qualche volontario maldestro diventa un piccolo motivo di gloria e la giustificazione della superficialità e del pressappochismo.
“Il bene va fatto bene”, ha detto qualcuno, ed è necessario quindi il tempo e lo spazio per un’adeguata preparazione oltre che l’umiltà dell’apprendistato e l’intelligenza di un continuo aggiornamento, senza protagonismi o improvvisazioni inutili, dannose e grottesche.
E, se vogliamo cullarci nelle citazioni, “nemo dat quod non habet”, dicevano i nostri padri latini: solo un’adeguata formazione mi permette di possedere “qualcosa” di valido e prezioso da offrire al prossimo.
È senz’ombra di dubbio su questo aspetto formativo che poggia la serietà e la credibilità del volontariato oggi: non un’“armata brancaleone” che supplisce alla bell’e meglio o “alla Rambo” e quando ha tempo alle inadempienze delle istituzioni, ma associazioni di giovani e adulti motivati, competenti, gratuitamente disposti alla collaborazione con le istituzioni e le altre risorse del territorio per una sempre maggiore attenzione alle fasce più deboli e per la crescita della comunità.
Almeno altre due domande sorgerebbero spontanee e urgenti, ma le trasformiamo in augurio: come realizzare una più intensa e assai necessaria sinergia tra le notevoli risorse di volontariato presenti a Martignana? E non sarà questo il modo per invogliare qualcuno di nuovo a mettersi in gioco?

Don Luigi

LaPenna2006_7.pdf

Etichette: , ,

giovedì 8 dicembre 2005

Voglia di acqua fresca...

La fontana di Viale Pertini a Martignana di Po

Auguri con qualche considerazione…
Con una felicissima espressione, papa Giovanni XXIII, parlando della Parrocchia, la definiva “la fontana del villaggio”: mi sembra che sia una immagine adatta a descrivere anche un paese, al di là di ogni aspetto confessionale: non ho competenze sociologiche e tanto meno urbanistiche, ma non mi piace pensare a un paese come ad un agglomerato di case che per motivi contingenti si trovano addossate l’una all’altra con inseriti al proprio interno alcuni servizi: la scuola, il comune, la posta, il medico, la chiesa, ecc…
Preferisco pensare ad un paese come ad una comunità di persone, con le loro età, le loro storie, le loro esperienze, le loro potenzialità e le loro esigenze ma, soprattutto, accomunate dal desiderio di condividere qualcosa!
Non è una comunità l’ammasso degli studenti o dei pendolari che al mattino riempiono un vagone del treno o del metrò!!! E allora non si può parlare di una comunità come di un “ammasso” di persone!
Non sarebbe bello pensare al nostro paese come ad una fontana “un po’ speciale” nella quale ognuno fa confluire l’acqua fresca della sua intelligenza e creatività così che tutti poi si possano dissetare e quindi crescere?
Se l’immagine ci va bene, è bello constatare che “la fontana” di Martignana può godere di molte sorgenti interessanti: sono arrivate ad abitare tante nuove famiglie, siamo sollecitati ad aprirci al mondo grazie alla massiccia presenza (circa il 10% su tutta la popolazione) di persone che vengono da altre nazioni, abbiamo un’abbondante percentuale di giovani, godiamo di tante associazioni e gruppi ricchi di esperienza e/o di intraprendenza…
Ma l’acqua, per essere utile e salutare, deve scorrere!!! Al di fuori dell’immagine, un paese diventa ricco (umanamente, che è l’aspetto più importante!) e vivace se ognuno, singolo e gruppo, dà quello che ha, si mette in gioco, senza paure, senza gelosie, senza antagonismi! Una sorgente vive se sbocca nel fiume: diversamente ristagna! E, a sua volta, un fiume se non è alimentato dalla sorgente va in secca! Facciamoci andare bene l’immagine che più ci piace tra la fontana o il fiume, ma mettiamoci in gioco: stare alla finestra non serve a niente! È tipico dei pettegoli!
E poi, l’acqua non va mai “all’indietro”: non si vive di passato, di nostalgie, di rimpianti o di ricriminazioni: si diventa patetici, ci si paralizza e si invecchia prima del tempo!
Certamente alcune condizioni sono indispensabili perché un paese diventi una “fontana vivace” e ne citiamo solo due: il rispetto e la disponibilità: collaborare o entrare in rete, come è di moda dire oggi, non significa diventare sudditi di chi decide di comandare a tutti i costi, né omologarsi e neppure controllarsi a vicenda per scoprire chi fa di più e chi fa di meno o, al contrario, per la paura di essere scavalcati: significa, piuttosto, riconoscere a ciascuno il proprio ruolo e la propria identità, come persona e come gruppo, accogliendo quanto offre e supplendo dove si colgono delle carenze: non è questo il volontariato? (Escludo a priori un’idea di volontariato come impegno per occupare il tempo libero solo perché tutto questo mi gratifica fin quando mi passa la voglia o non ci sono più i miei amici…!!!). Collaborare non fa rima con dialogare?
Non voglio cedere alla deformazione professionale di stufare con una predica: ho solo colto la gradita occasione di fare qualche considerazione da cittadino “assetato” dell’acqua fresca della creatività, dell’intraprendenza e del coraggio: vogliamo parlarne? Molto volentieri! Un grazie di cuore ai carissimi amici delle Aquile per questa opportunità, oltre che per la loro caparbietà nell’impegno di garantire alla comunità una “protezione civile” sempre più adeguata e auguri sinceri a tutti!
Don Luigi

Etichette: , ,

mercoledì 8 dicembre 2004

Permettete una favola?

Vignetta: Marco Rossi
Arrivò in un villaggio un tipo strano, che salutava tutti, che se occorreva una mano non si tirava indietro, che non parlava mai male di nessuno e non si offendeva mai quando qualcuno lo criticava e un bel giorno… proprio un bel giorno lasciò tutti a bocca aperta: a dire il vero non fece nulla di strabiliante ma, semplicemente, accese un bel fuoco e ci mise sopra un enorme pentolone d’acqua, e fin qui niente di strabiliante; il fatto è che quando l’acqua cominciò a scaldarsi e poi a bollire, si mise a chiamare tutti, ma proprio tutti, invitandoli a pranzo. Sarà stato per il tipo strano, sarà stato che un invito a pranzo non si rifiuta mai, di fatto, attorno al pentolone si ritrovarono davvero in tanti e fu proprio allora che il nostro amico cominciò a parlare: “oggi vi farò assaggiare la minestra più buona del mondo”.
“E come fai a prepararla?”, cominciarono a domandare i soliti che sanno sempre qualcosa più degli altri. “È semplice – disse il cuoco – ma è un segreto tutto mio”; e, così dicendo, estrasse dal suo sacco una pietra, né grossa né piccola, e la buttò nella pentola…
Li aveva davvero spiazzati tutti, ma prima che i soliti che sanno sempre qualcosa più degli altri fiatassero il nostro personaggio stava già mescolando nella pentola e, con il mescolo, si portò alla bocca quella che a tutti sembrava semplicemente acqua: “squisito!!!” disse, socchiudendo gli occhi da vero intenditore. “Certo che – aggiunse subito – ci vorrebbe qualche foglia di verdura”.
“Ne ho io nel mio orto”, si sentì dire da una voce; “anch’io”, fece eco un’altra e, in men che non si dica, la verdura era lavata, tritata e buttata nella pentola.
“Bene – disse l’uomo –, adesso ci siamo; però… se ci fosse qualche patata…” In tre o quattro si guardarono in faccia e le patate arrivarono.
“Visto che siete così gentili… non avreste anche qualche carota?” A chi non aveva ancora portato nulla venne voglia di farsi avanti, e le carote arrivarono.
“Ma no, sono troppe! – disse il cuoco – qui ci vuole qualche foglia di verza!” E, l’avete capito, arrivò anche questo.
E poi… E poi ci presero gusto in tanti – a parte i soliti che sanno sempre qualcosa più degli altri – ed era tutto un via vai di gente che suggeriva e aggiungeva ingredienti e discuteva sul da farsi, tutto sotto la regia del nostro “tipo strano” che finalmente disse: “A tavola!”.
E si trovarono davvero in tanti a mangiare, scoprendo, tra l’altro, di essere diventati un po’ più amici armeggiando attorno a quella pentola e continuavano a domandarsi… dove nascono le pietre per fare la minestra.
…ma adesso torniamo seri!
O, meglio, accorgiamoci di com’è seria questa storiella, e magari, chiediamoci quale dei personaggi potrebbe avere il nostro nome e il nostro volto: il tipo che butta il sasso e non ha paura di sembrare strano e non ha neanche paura di “sentire” già il minestrone là dove tutti vedono solo ancora dell’acqua? Oppure siamo quelli che, sollecitati, un po’ di verdura la portano? O forse di quelli che, a un certo punto, ci prendiamo gusto a dare una mano? O siamo i soliti che sanno sempre qualcosa più degli altri? Oppure noi non ci siamo perché, come quelli che la storiella neanche nomina, a noi piace stare in casa nostra e non dar (e non farci dare) fastidio a nessuno? Una cosa è certa: a parte quelli che se ne stanno a casa a non far nulla, per il resto, tutti questi personaggi – compresi “i soliti che sanno sempre qualcosa più degli altri” – sono utili e importanti per animare la scena.
…a questo punto…
Se siete arrivati a leggere fin qui, scambiamoci pure gli auguri… E che nessuno dica che è la solita minestra…
Don Luigi

LaPenna2004_6.pdf

Etichette: , ,

venerdì 12 dicembre 2003

Il Progetto Romania

Negli ultimissimi anni ’90 un gruppo di giovani di un Oratorio di Cremona aderisce alla proposta di “dare una mano” ad una parrocchia cattolica della Romania (nazione cristiana prevalentemente di confessione ortodossa): concretamente, si tratta di andare a Ploiesti – città di circa 250.000 abitanti a 50 Km da Bucarest – ad organizzare l’animazione per bambini e ragazzi – per capirci, si tratta del Grest – ma anche per fare in modo che i giovani amici rumeni si lascino contagiare da quell’insieme di esperienze che noi riassumiamo nel termine “Oratorio”.
Bisogna dire che, un po’ alla volta, le cose si mettono meglio del previsto perché i giovani italiani scoprono che il banalissimo Oratorio non è poi così banalissimo per la crescita delle persone, ma anche perché si accorgono che estate (e inverno) dopo estate e viaggio dopo viaggio, nascono e si consolidano delle amicizie, si condividono esperienze diverse, si crea un reciproco scambio italo/rumeno utile e costruttivo.
E così superiamo la soglia del terzo millennio, quando accadono due episodi che ci fanno capire il perché di tutta questa premessa.
Il primo episodio è il degno proseguimento della storia precedente ed è molto semplice: la parrocchia di Ploiesti vuole costruire un Oratorio! Finora, infatti, le attività venivano ospitate in luoghi di fortuna; ora ci si rende conto che è giunto il momento per avere un ambiente adatto, che può diventare punto di riferimento non solo per i ragazzi e i giovani della parrocchia cattolica (che è unica in tutta la città e conta circa 1500 componenti), ma per tante altre persone – famiglie, adulti, anziani, cattolici e non – rispondendo così ad una forte esigenza sociale.
Chiunque capisce al volo, senza tanti preamboli, che la prima enorme difficoltà è quella finanziaria.
Ma qui inseriamo il secondo episodio, apparentemente senza un enorme collegamento logico con tutta la vicenda: nell’ottobre 2002 il prete dell’Oratorio di cui si diceva all’inizio è trasferito come parroco a Martignana, e, sebbene intimidito e frastornato da tante novità, non riesce e non vuole dimenticare del tutto le faccende rumene.
Quello che dopo è accaduto è cosa nota: ci riferiamo all’estrazione dei biglietti della lotteria di domenica 7 settembre u.s. ma, soprattutto – e questo è l’aspetto meno vistoso ma, come spesso accade, più importante –, ci riferiamo alla risposta cordiale e disponibile di un gruppo di “Aquile” che non si sono tirate indietro di fronte alla possibilità di esprimere un gesto di solidarietà di cui hanno colto l’importanza e si sono date da fare in modo preciso, veloce ed efficiente.
Forse, l’organizzazione di una lotteria è stato un intervento insolito per le “Aquile”, ma credo che, visto lo scopo, anche questa “operazione” si inserisca a pieno titolo tra le “emergenze” a cui il gruppo è abituato.
Magari qualcuno si sarebbe aspettato di fare qualcosa di più concreto e – perché no? – più impegnativo e pesante per la Romania: ritengo, invece, un segno di vivacità e intelligenza da parte del gruppo l’essere stato capace di “salire su un treno già in corsa” non con la smania di fare quello che sembra più congeniale, ma col desiderio di capire la necessità più urgente adeguandosi poi al servizio: e la raccolta fondi – per la quale la lotteria ha reso circa 18.000 € – quest’anno è stata ed è ancora sicuramente urgentissima.
Adesso l’avventura non è ancora finita: lo sanno bene le “Aquile” che, senza nessun rumore, hanno recuperato vecchi caloriferi per l’Oratorio di Ploiesti; e poi, ce ne sarà ancora, per chi ne avrà voglia!
Mi sembra giusto e bello ringraziare le persone che anche questa volta alle chiacchiere hanno preferito l’impegno concreto ricordandoci che quando si vuole – e quindi si sa collaborare – si riescono a fare davvero tante cose…
Allora… alla prossima!!!
Don Luigi

Etichette: , , ,